Università italiane: la ricerca che sta lavorando per noi (anche quando non fa notizia)

Università italiane: la ricerca che sta lavorando per noi (anche quando non fa notizia)

Nel racconto quotidiano dell’Italia, la ricerca scientifica compare spesso solo in due versioni:
i “cervelli in fuga” o la grande scoperta raccontata in due righe, subito dopo la cronaca politica.

Se però proviamo a guardare da vicino quello che succede nei laboratori e nei dipartimenti, il quadro è diverso: università ed enti di ricerca italiani sono immersi in progetti che toccano la vita reale – salute, clima, città, sicurezza digitale – con risultati concreti e, in molti casi, sorprendenti.

Quello che segue non è un elenco esaustivo, ma un piccolo viaggio tra alcune ricerche recenti ad alto impatto sociale. Un modo per dire ai lettori: la ricerca non è un lusso da addetti ai lavori, è una parte del nostro presente quotidiano.


Salute: dall’Alzheimer al tumore al pancreas

Un nuovo gene legato all’Alzheimer

All’inizio del 2025 un gruppo di ricerca coordinato dall’Ospedale Molinette della Città della Salute di Torino ha individuato un nuovo gene, GRIN2C, coinvolto nella malattia di Alzheimer.

Il gene codifica per una subunità del recettore NMDA, fondamentale per il funzionamento dei neuroni. Alcune sue mutazioni alterano il passaggio di calcio nelle cellule nervose, favorendo quella “eccitazione eccessiva” che danneggia i neuroni e che è considerata uno dei meccanismi alla base della malattia.

Non siamo davanti a una cura, ma a un tassello chiave: conoscere un nuovo gene coinvolto nell’Alzheimer significa poter migliorare diagnosi genetiche precoci e, domani, immaginare terapie mirate per sottogruppi specifici di pazienti.

Un farmaco per l’asma che potrebbe colpire il tumore al pancreas

Nel 2024 un gruppo di ricercatori del CNR e dell’Università “Vanvitelli” ha pubblicato uno studio che sta facendo parlare il mondo oncologico: il budesonide, farmaco glucocorticoide usato da anni per la terapia dell’asma, mostra importanti effetti antiproliferativi sulle cellule dell’adenocarcinoma duttale pancreatico, la forma più frequente (e aggressiva) di tumore al pancreas.

In laboratorio, il budesonide ha rallentato la crescita delle cellule tumorali modificandone il metabolismo. È ancora ricerca preclinica, ma apre una prospettiva concreta: riutilizzare farmaci già conosciuti e sicuri per colpire tumori difficili da trattare, riducendo tempi e costi di sviluppo.

Due esempi diversi, stessa direzione:
la ricerca italiana sulla salute non si limita alla descrizione delle malattie, ma prova ad aprire strade nuove – dalla genetica alla farmacologia – che domani possono arrivare fino al letto del paziente.


Clima e ambiente: leggere i segnali prima che sia troppo tardi

Mediterraneo e clima estremo

Nel 2024 il Mediterraneo ha registrato le temperature superficiali più alte degli ultimi 40 anni, come documentato da uno studio ENEA–CNR pubblicato su Frontiers in Marine Science: in inverno il mare ha superato i 15 °C nella parte occidentale e i 18 °C in quella orientale, mentre a fine estate le acque orientali hanno sfiorato i 29 °C, con ondate di calore marine eccezionali.

Parallelamente, il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) e ISPRA, nell’Annuario dei dati ambientali 2024, hanno mostrato che lo stesso 2024 è stato anche l’anno più caldo mai registrato in Italia rispetto al trentennio 1991–2020.

Non sono solo numeri per addetti ai lavori:
questi dati indicano come cambiano ondate di calore, disponibilità idrica, rischio incendi, salute marina. Sono la base per pianificare politiche di adattamento, protezione delle coste, gestione dell’energia e dell’agricoltura.

One Health: salute umana, animale, ambientale

Sempre su questo fronte, l’Università Campus Bio-Medico di Roma ha ospitato nel 2025 la quarta Conferenza Internazionale One Health, dedicata proprio alle connessioni tra salute umana, animale e ambiente.

Significa che una parte importante della ricerca italiana sta imparando a leggere insieme inquinamento atmosferico, cambiamento climatico, zoonosi, sicurezza alimentare. Non più compartimenti stagni, ma un’unica grande questione: come si vive in modo sano su un pianeta sotto pressione.


Città, disuguaglianze, innovazione sociale

Ricerca non significa solo laboratori e provette.
Al Politecnico di Milano, l’iniziativa Polisocial Award finanzia ogni anno, con i fondi del 5 per mille, progetti di ricerca scientifica ad alto impatto sociale. L’edizione 2024 è dedicata all’“innovazione di prossimità” nei contesti urbani off campus: quartieri periferici, aree fragili, spazi di margine.

Tra le linee di lavoro:

  • contrasto alla povertà educativa, anche digitale;
  • accesso ai diritti e ai servizi per chi vive ai margini;
  • nuove forme di abitare e di rigenerazione urbana;
  • laboratori interdisciplinari su disuguaglianze e vulnerabilità.

Qui la ricerca accademica scende letteralmente in strada:
non studia solo i problemi sociali, ma co-progetta soluzioni con associazioni, amministrazioni locali, cittadini. È un modo diverso di fare università, in cui l’impatto sociale non è uno slogan ma un criterio di finanziamento.


PNRR, sicurezza digitale e nuove filiere della conoscenza

Un altro tassello importante riguarda l’uso dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

L’Università degli Studi di Milano, ad esempio, ha attivato bandi “a cascata” per oltre 20 milioni di euro nelle aree Humanities, Food, ICT security, RNA, Agritech e Sanità, collegati ai grandi progetti nazionali finanziati dalla Missione 4 “Istruzione e Ricerca”.

In pratica, risorse europee e nazionali vengono redistribuite a gruppi di ricerca, anche nel Mezzogiorno, per lavorare su:

  • sicurezza informatica e protezione dei dati (un tema che tocca PA, imprese, cittadini);
  • nuove tecnologie per l’agricoltura sostenibile;
  • medicina personalizzata basata sull’RNA;
  • salute e alimentazione.

Sono campi che non producono un “titolo shock” dall’oggi al domani, ma da cui dipenderà come funzioneranno scuole, ospedali, imprese e comuni tra qualche anno.


Perché tutto questo riguarda la società civile

Dietro ognuno di questi esempi – il gene GRIN2C, il budesonide, il Mediterraneo bollente, i progetti di prossimità, i bandi su cybersecurity e agritech – c’è un messaggio semplice:

la ricerca non è un lusso per addetti ai lavori, è un pezzo di welfare invisibile.

Significa diagnosi più precise, cure possibili per malattie senza terapia, sistemi di allerta per ondate di calore e alluvioni, quartieri meno ostili, dati più protetti, cibo più sicuro.

Per la società civile, la domanda diventa:

  • conosciamo davvero ciò che le università stanno facendo con soldi anche nostri (tasse, 5 per mille, fondi europei)?
  • siamo disposti a difendere questi investimenti quando il dibattito pubblico li tratta come spesa sacrificabile?
  • pretendiamo che i risultati – dati, report, linee guida – siano accessibili e comprensibili ai cittadini?

In un paese in cui la cronaca politica occupa quasi tutto lo spazio, ricordare che nei laboratori e negli atenei qualcuno sta lavorando sul nostro futuro materiale è già un atto di cittadinanza.

La prossima volta che sentiamo parlare di “tagli alla ricerca” o di “cervelli in fuga”, forse potremmo porci una domanda in più:

quale pezzo di cura, di sicurezza, di conoscenza stiamo decidendo di perdere, quando lasciamo che la ricerca resti fuori dal nostro sguardo quotidiano?

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